Tra gli affetti secondari, la vergogna si distingue per la sua natura marcatamente intersoggettiva. A differenza della colpa, che si costituisce intorno alla trasgressione di un limite interno, la vergogna nasce nel rapporto con l’altro, come esperienza di esposizione in assenza di contenimento.
È la risposta affettiva a un Sé che si sente visto in modo distorto, ridotto, svuotato di valore. In psicoterapia la vergogna si presenta come un affetto profondamente difeso, raramente dichiarato e spesso trasmesso attraverso modalità indirette. I pazienti che ne sono attraversati non dicono “provo vergogna”: piuttosto, la agiscono, la trasferiscono, la fanno sentire.
Vergogna e sviluppo del Sé
L’elaborazione teorica più recente colloca la vergogna all’interno della formazione dell’identità. Nei modelli ispirati alla psicologia del Sé e all’intersoggettività, questo affetto viene inteso come fallimento del rispecchiamento empatico.
Un bambino esposto a uno sguardo incoerente, svalutante, intrusivo o assente interiorizza una rappresentazione del Sé come inadeguato o indegno. La vergogna, in questo senso, non è tanto una reazione a uno specifico evento, quanto la memoria affettiva di una rottura nella regolazione precoce degli stati interni.
Nel tempo, la vergogna può organizzarsi in nuclei stabili della personalità. Nei quadri clinici a organizzazione più coesa, può manifestarsi come perfezionismo, evitamento, autocontrollo eccessivo. In quelli a funzionamento più frammentato, può esprimersi attraverso dissociazioni, acting-out, condotte autolesive o ritiro sociale.
Il campo terapeutico come luogo di riabilitazione
Nel setting, la vergogna tende a manifestarsi all’interno della diade terapeutica, spesso in modo non simbolizzato.
Il paziente evita il contatto o lo sguardo, anticipa la critica, teme l’intrusività del terapeuta o ritrae parti di sé che considera “non analizzabili”. Questi segnali — se non riconosciuti — possono indurre il terapeuta a risposte difensive, come l’attivismo interpretativo, l’iperadattamento, o al contrario un controtransfert di svalutazione o noia.
In un’ottica relazionale, è proprio il campo intersoggettivo a diventare veicolo dell’affetto rimosso. L’analista può sperimentare un senso di inadeguatezza, di essere osservato o giudicato, oppure il bisogno di “funzionare bene” per evitare rotture. È attraverso l’attenzione a questi vissuti che diventa possibile intercettare la vergogna non detta e restituirla, progressivamente, come esperienza rappresentabile.
Dalla vergogna agita alla vergogna pensabile
L’intervento analitico non consiste nel “smascherare” la vergogna, ma nel costruire le condizioni terapeutiche per contenerla. Questo implica una posizione interna dell’analista capace di tollerare il tempo lungo dell’esposizione graduale, e di offrire uno sguardo non giudicante, ma differenziante. È solo nel contesto di una relazione in cui l’altro non viene usato come specchio idealizzante o svalutante, ma riconosciuto come soggetto separato e connesso, che la vergogna può trasformarsi in dolore pensabile.
In molti casi, il lavoro con la vergogna rappresenta il passaggio da una forma di identità fondata sul difetto a una soggettività che può riconoscere e contenere la propria fragilità. È in questa transizione che la vergogna smette di essere agita o silenziata, e può essere integrata come parte dell’esperienza affettiva umana.
Il caso clinico: lutto, dissociazione e nascita della consapevolezza
Tra i miei pazienti ho incontrato un uomo di 40 anni che, a seguito di un lutto significativo, ha sviluppato sintomi dissociativi. La sua esperienza rappresenta un’interessante testimonianza di come il dolore e il trauma possano influenzare profondamente la percezione di sé e della realtà. In questo contesto, il sentimento di vergogna emerge come un elemento paradossale ma cruciale, capace di innescare un processo di rielaborazione interiore e di riacquisizione della consapevolezza. L’individuo ha vissuto un evento luttuoso di tale intensità da scuotere in profondità le sue fondamenta emotive e psicologiche. Sebbene i dettagli specifici della perdita non vengano qui riportati, è evidente che l’impatto è stato dirompente. In risposta a questo trauma, ha iniziato a manifestare una serie di sintomi riconducibili a un disturbo dissociativo.
La dissociazione rappresenta un meccanismo di difesa della psiche che consente alla mente di separarsi da pensieri, emozioni, ricordi o persino dall’identità, nel tentativo di proteggersi da esperienze percepite come insopportabili o travolgenti. Nel caso in esame, i sintomi dissociativi possono aver incluso:
- depersonalizzazione: una sensazione di distacco dal proprio corpo o dai propri processi mentali, come se si osservasse se stessi dall’esterno.
- derealizzazione: la percezione che il mondo circostante appaia irreale, alterato o avvolto in una sorta di “nebbia”.
- amnesia dissociativa: l’incapacità di ricordare informazioni personali rilevanti, spesso legate a eventi traumatici.
- confusione dell’identità: un senso di incertezza o disorientamento riguardo a chi si è realmente.
L’insieme di questi sintomi sembra averlo condotto in uno stato di profondo isolamento interiore, ostacolando non solo il contatto con la realtà esterna, ma anche la relazione emotiva con i propri familiari.
La vergogna come chiave per la riacquisizione di Sé
Il punto di svolta si è verificato quando l’uomo ha iniziato a sperimentare un profondo senso di vergogna.
Questa emozione non è emersa in modo isolato, ma si è manifestata in stretta connessione con la presa di coscienza di aver trascurato i propri familiari durante il periodo in cui era immerso nei sintomi dissociativi. Sebbene la vergogna sia comunemente vissuta come un’emozione dolorosa e spesso paralizzante, in questo contesto ha assunto una funzione trasformativa. Ha operato come un segnale interno potente, evidenziando una frattura tra il comportamento agito e i valori personali più autentici. È stato proprio nel momento in cui ha riconosciuto il proprio venir meno nei confronti delle persone care che ha iniziato un percorso di riappropriazione del sé: una graduale riemersione della consapevolezza, accompagnata da un rinnovato senso di responsabilità affettiva e identitaria.
4 luglio 2025
