Negli ultimi mesi, alcuni casi di femminicidio hanno riportato all’attenzione una domanda cruciale: in quali contesti relazionali si forma una soggettività incapace di tollerare il rifiuto, la separazione, la perdita dell’oggetto amato?
In molte di queste vicende, che apprendiamo attraverso la cronaca ma che nella stanza d’analisi incontriamo sotto forma di vissuti, angosce, agiti o narrazioni spezzate, colpisce il silenzio delle famiglie. Non un silenzio assente, ma un silenzio presente, attivo, rimosso. Famiglie che c’erano, eppure non hanno visto. O, più spesso, non hanno voluto vedere.
La centralità della madre
In particolare, emerge la figura della madre, presenza emotiva centrale, a volte invischiante, a volte idealizzante, quasi sempre inconsapevolmente collusiva con l’organizzazione psichica del figlio. Il focus clinico, naturalmente, è sulla struttura dei legami che rendono possibile la violenza che ne deriva.
Nel lavoro clinico, è frequente incontrare pazienti cresciuti in nuclei familiari in cui la figura materna è fortemente investita, fino al punto da diventare il principale riferimento affettivo e narcisistico. In questi casi, la madre può non riconoscere segnali di distruttività, non per superficialità, ma perché l’ammissione del male implicherebbe la disorganizzazione dell’immagine idealizzata del figlio, e con essa la disgregazione del proprio ruolo e valore materno.
Talvolta, la madre stessa è stata vittima, o spettatrice silente di dinamiche violente, e ha strutturato la propria sopravvivenza psichica intorno alla rimozione. In questi casi, il figlio maschio può diventare, a sua insaputa, contenitore identificatorio del trauma rimosso, che torna sotto forma di dissociazione, agiti, coazione a ripetere. Il non detto materno, non metabolizzato né narrato, diventa materia grezza nella costruzione psichica del figlio.
Ciò che manca, spesso, è la possibilità di mentalizzare la rabbia, la perdita, l’umiliazione, la vergogna. Senza un contenitore psichico in grado di sostenere e nominare questi vissuti, il rischio è che essi si traducano in agiti violenti, sull’altro o su di sé, come unica via per esistere nel legame.
Il ruolo del padre
In queste configurazioni, la figura paterna è spesso evanescente: assente, marginale, o affettivamente ritirata. La sua funzione simbolica, quella di segnare il limite, dare le norme, introdurre la terzietà, separare senza espellere, non si è mai pienamente costituita. Il risultato è un legame madre-figlio senza confini, dove l’altro è prolungamento narcisistico o minaccia, ma non alterità da incontrare.
Nel lavoro clinico, queste dinamiche si manifestano in modo sotterraneo: famiglie che portano narrazioni apparentemente coerenti e accudenti, ma che, a uno sguardo clinico attento, rivelano strutture relazionali chiuse, difese massicce contro l’affettività, incapacità di pensare la colpa.
Sostenere la separazione senza distruggere l’amore
Lavorare con questi pazienti richiede tempo, tenuta e una capacità di sostenere la distanza da un legame idealizzato che, per lungo tempo, ha rappresentato l’unica fonte di identità e valore. Spesso, la madre viene difesa fino all’ultimo, anche di fronte all’evidenza clinica della sua complicità in atti efferati.
Il compito dell’analista è allora quello di sostenere il processo di separazione psichica, di permettere la nascita del conflitto, di accompagnare il paziente nella possibilità di pensare l’amore senza cieca fedeltà, la colpa senza annientamento, il limite senza catastrofe.
Il sistema sociale
Infine, non possiamo ignorare il ruolo del sistema sociale. La violenza affettiva non è solo il prodotto di fallimenti individuali o familiari, ma si innesta in un tessuto culturale che minimizza, disconferma, deresponsabilizza. La medicalizzazione senza approfondimenti, la carenza di dispositivi, sociali, educativi e affettivi adeguati, la tolleranza di una certa cultura patriarcale per l’aggressività maschile come tratto identitario: tutto questo contribuisce alla costruzione di soggettività incapaci di elaborare la frustrazione. Il nostro impegno sociale, come individui e professionisti, è di intercettare il disagio nelle sue manifestazioni iniziali e fare psicoeducazione e prevenzione psicologica, come indicato dalla Presidente dell’Ordine della Lombardia Valentina Di Mattei in una sua nota recente: “Ogni volta che una donna viene uccisa, ci chiediamo cosa si sarebbe potuto fare. Una risposta esiste, ed è la prevenzione psicologica. Ma per essere efficace deve diventare sistemica, strutturale e quotidiana.”
Pensare per non agire
Dietro ogni atto estremo, spesso, ci sono anni di non detti, di violenze taciute e nascoste, di rimozioni condivise, di fedeltà cieche al legame originario. Il nostro compito, come clinici, è quello di offrire uno spazio in cui ciò che è stato reso silente possa finalmente essere pensato, detto, trasformato.
Perché solo ciò che può essere rappresentato può anche essere contenuto. E ciò che viene contenuto, forse, può non essere agito.
16 aprile 2025
